Vilnius e la pesca alla mosca [IT]

IMG_5317

Ex-cinema Lietuva, Vilnius, Lituania. Foto di Caterina Riva, 2016

Ultimo giorno a Vilnius. Cammino tra le strade acciottolate della città vecchia fino al ponte sul fiume che mi porta alla zona moderna: grandi supermercati Maxima, grattacieli con l’insegna gigante di una banca svedese… Ho in mente la direzione, l’ho controllata sul portatile prima di lasciare l’albergo ma ora non sono così sicura delle distanze e mi perdo un po’. Invece di costeggiare il fiume salgo verso una strada più in alto e mi ritrovo davanti a un edificio immenso, di era sovietica, che pare un’arena sportiva. Avvicinandomi, noto che lo spazio intorno è vuoto e pieno di erbacce, alcuni vetri sono rotti, altri ricoperti da graffiti; è decisamente abbandonato.

Questo testo è stato scritto per The Towner ma mai pubblicato.

Mi sto dirigendo verso la Galleria Nazionale, un edificio imponente composto da parallelepipedi bianchi sovrapposti, che quel giorno ospita una conferenza sullo spazio urbano. Partecipano vari relatori lituani e tra gli ospiti internazionali c’è anche la nota sociologa Saskia Sassen. Uno dei case studies viene presentato da quattro relatori: sono due uomini e due donne e parlano dell’occupazione del Kino Lietuva, uno dei quaranta cinema che erano in città in epoca sovietica, come altri caduto preda di aggrovigliati interessi privati con la fine del socialismo. I relatori si destreggiano con abilità tra un power point dinamico e qualche loro immagine con tagli di capelli anni Novanta, quando erano gli animatori delle proteste che portarono all’occupazione dell’ex cinema.

Il Lietuva l’avevo fotografato il giorno del mio arrivo, notandolo subito nonostante le sbarre e la facciata ricoperta di graffiti, alcuni di sfregio, altri dalle malcelate ambizioni artistiche. Dopo anni di non utilizzo, cause legali di lungo corso (anche a carico dei relatori che trovo alla Galleria Nazionale) e variazioni di destinazione, il Kino Lietuva verrà infine abbattuto per fare spazio a un progetto di Daniel Liebskind: l’ubiquo architetto ha vinto il concorso internazionale per farne un museo privato (il MAC) che dovrebbe essere completato nel 2019. Saskia Sassen nel suo intervento parla animatamente di numeri e dati, compara cifre e segue flussi di denaro usando come esempi i mercati immobiliari di Shanghai, Melbourne, Parigi, Londra, New York. La sociologa avverte anche della necessità di non nascondersi dietro a definizioni innocue come climate change e financial crisis: espressioni a effetto che non fanno altro che annacquare la portata mostruosa che questi concetti portano con sé.

Ad accompagnarmi per le sale della Galleria Nazionale, commentando la collezione, è Ula, una delle curatrici del CAC (Contemporary Art Centre). Seppur non sappia molto della storia dell’arte lituana, riconosco gli stili in comune con altri paesi. C’è un quadro di tale Vincent Gecas che mi colpisce perché riprende una manifestazione sindacale italiana di metà anni Sessanta, dove si intravedono anche le bandiere della CGIL: si intitola “La manifestazione dei disoccupati” e l’artista, mi spiega Ula, era amico del pittore italiano Renato Guttuso. Finita la visita alla Galleria Nazionale, attraversiamo il fiume Neris e Ula mi racconta delle statue sovietiche raffiguranti contadini che sono state tolte non molto tempo fa “per manutenzione”, e mai rimesse al loro posto. Dovrebbero essere custodite in un magazzino la cui ubicazione non è nota. Passiamo accanto all’Opera, il Parlamento, visitiamo la posta, il teatro. A un altro dei famosi cinema di cui ora non rimane che la facciata, è toccato in sorte un negozio Benetton.

Il CAC è un centro d’arte contemporanea dove si alternano mostre temporanee, situato proprio nel cuore della città vecchia. È anche il posto attorno al quale si articola la mia vita sociale a Vilnius. Il museo non ha una collezione propria, ad eccezione della minuscola stanza dedicata al movimento Fluxus, che proponeva interventi artistici volutamente antiestetici (e anticommerciali) tra gli anni Sessanta e Settanta: la collezione di oggetti e opere qui custodite in realtà appartiene al MOMA di New York, e rende omaggio a George Maciunias, che di Fluxus fu il fondatore (Maciunas in effetti, nonostante fosse attivo soprattutto negli Stati Uniti, era di origini lituane: di Kaunas per la precisione). Il bar del CAC è dove gli artisti che sono venuta a incontrare mi danno appuntamento. Seduta ai tavolini, guardando dalle vetrate verso l’esterno, assisto alla parata festosa di un gruppo di Hare Krishna (succede ogni venerdì pomeriggio) e avvisto più volte un’eccentrica signora dalle borse variopinte, riconoscibile per la sua statura minuta, la vistosa parrucca bionda e i pomelli truccati di rosso.

Al bar del CAC la mia agenda prevede l’incontro con circa dieci artisti scelti tra quelli presenti in città, e il cui lavoro mi aveva più incuriosita da una lista di suggerimenti fornitami da colleghe curatrici. Gli incontri sono come degli appuntamenti al buio: del lavoro degli artisti, conosco qualcosa per via di qualche ricerca online, e magari loro hanno fatto lo stesso con me; ma quella che segue è più una performance della durata media di 30 minuti, in cui cerchiamo di conoscerci e vedere se si crea dell’interesse reciproco, sul piano professionale e anche un po’ umano. Tra le mie preferite, e tra le più spiazzanti, ci sono state alcune chiacchierate in particolare, che hanno toccato molti argomenti tranne i lavori dell’artista, almeno in maniera diretta. Liudvikas per esempio, avrebbe dovuto essere il mio primo incontro, previsto la sera stessa del mio arrivo; ma appena atterrata, ecco un suo messaggio nel quale si scusa dicendo che l’auto l’aveva lasciato in panne fuori città, mentre era impegnato in una spedizione di pesca alla mosca. Quando ho poi incontrato gli altri artisti, spesso questi mi chiedevano chi altro avrei visto; e quando menzionavo Liudvikas, il tipico commento era: “ah sì sarà andato a pescare…”. La comunità artistica di Vilnius è d’altronde minuscola, tutti si conoscono e tutti si frequentano, e anche per questo mi sembra piuttosto affiatata.

Elena (si pronuncia Alana) mi ha dato invece appuntamento da Crooked Nose & Coffee Stories, un caffè-design con sedie in legno assemblate seguendo i dettami della autoprogettazione di Enzo Mari, dove beviamo caffè filtrato proveniente dalla Papua Nuova Guinea. Abbiamo una brocca intera a disposizione, e tra una tazza e l’altra Elena mi racconta degli episodi della sua vita, come del gruppo di ricerca a cui ha partecipato, organizzato dal curatore lituano Raimundas Malasauskas, e riunitosi al Cairo qualche mese prima mettendo insieme artisti, scrittori, designer, e musicisti di diversa provenienza. Parliamo di viaggi, conoscenti comuni e progetti di lavoro, ma soprattutto di ispirazioni e metodologie per mostre, iniziative e collaborazioni future. Lo studio visit seguente è poi con Kipras, che mi viene a prendere in bici e mi porta nel palazzo dove ha casa e studio, e che incidentalmente era anche la vecchia sede della telecomunicazioni sotto la dominazione sovietica. È reduce da una mostra personale in una galleria di Roma e mi parla delle camminate che sta facendo insieme a dei compagni di avventura in zone urbane periferiche nei dintorni di Vilnius, a cavallo tra paesaggi naturali e industriali. Mi parla del suo processo artistico come dell’ingegnarsi per attraversare fiumi o entrare in tunnel che diventano parte di un tragitto che cresce e si modifica, quasi fosse una missione senza un tesoro o uno scopo preciso. La sua documentazione non è mai fotografica ma piuttosto consiste in oggetti e sculture che lascia nel passaggio e che segnala con delle frecce rosse su delle cartine mute di Google Maps, e che invitano a fare uno sforzo d’immaginazione. Me lo immagino un po’ come il protagonista di Into The Wild: se incontra un corso d’acqua, cerca un modo di attraversarlo, ad esempio costruendo una passerella o con dei sassi. Per la mostra a Roma mi racconta di aver riempito la galleria di giunchi che crescono lungo l’argine del Tevere; poi ha collegato il tubo di scappamento di un motorino sulla strada antistante come fosse un cordone ombelicale che entra nella vetrina della galleria. Mi dice anche che per l’inaugurazione si è “vestito da italiano”: non oso chiedergli che cosa abbia scelto di indossare.

Ho un po’ di tempo fino all’incontro successivo e, su indicazione di Elena, mi metto a cercare l’edificio sovietico che funziona da cappella nunziale (ovviamente si parla di rito civile). I miei informatori speculano che ci sia la volontà di abbattere anche questo edificio, ancora una volta nel tentativo di cancellare qualsiasi testimonianza del passato socialista. Intanto, la struttura si trova ancora tra una chiesa ortodossa e un piccolo parco, e ne percorro il perimetro esterno per analizzare meglio l’architettura e sbirciare dalle finestre grossi candelabri e file di appendiabiti inutilizzati. Noto anche degli uffici con computer e faldoni, scrivanie e sedie, ma non scorgo alcun personale. Verrò a sapere che la sala dei matrimoni è in fondo all’edificio, l’entrata dalla strada avviene attraverso una scalinata, poi lo spazio si tripartisce, una sala centrale e due corridoi, ciascuno su un lato esterno. Se non ricordo male quello di destra è per la sposa e i suoi accompagnatori, quello di sinistra per lo sposo e il suo clan, ma i due spazi non sono comunicanti. Lo chiamano, a ragione, il corridoio del dubbio.

Leave a Reply

Fill in your details below or click an icon to log in:

WordPress.com Logo

You are commenting using your WordPress.com account. Log Out /  Change )

Google+ photo

You are commenting using your Google+ account. Log Out /  Change )

Twitter picture

You are commenting using your Twitter account. Log Out /  Change )

Facebook photo

You are commenting using your Facebook account. Log Out /  Change )

Connecting to %s