HEART, FILM AND EXHAUSTION [EN-IT]

On Nero

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Diego Marcon, SPOOL BROADCASTING, block III, Tape 02. Elena, July 15 2012. Courtesy the artist

Milan, EXT. DAY.

A loud noise comes from inside the exhibition space. Once through the darkened threshold, a giant garden dwarf welcomes the visitor to Diego Marcon’s suggestive new body of works. The artist, on returning to Milan after over a year in Paris and after several months of tight work, faces up to what has been happening around him and analyses his own artistic drives, choosing to approach his beloved medium of film in an artisanal way. The conversation delves into Marcon’s older projects and how they are feeding this exhibition as well as driving the development of new characters for the future. Spoilers ahead: the interview contains mentions of Heads, Winnie-The-Pooh and what Franti stands for.

Caterina Riva, 2015

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Caterina Riva: Mi racconti la gestazione del progetto che poi è diventato FRANTI, FUORI! a Careof? Mi interessa capire meglio il tuo periodo di residenza a Milano e dove la ricerca di materiali ti ha portato, sia in termini di luoghi che di incontri.

Diego Marcon: Martina Angelotti mi ha invitato a passare un periodo di residenza a Careof per sviluppare un progetto il cui punto di partenza fosse l’archivio video dello spazio e, più in generale, l’idea stessa di archivio. Durante il primo mese, passato soprattutto a peregrinare fra i 7.000 video collezionati da Careof in trent’anni, ha iniziato a profilarsi l’intenzione di voler fare una mostra opaca. Una mostra, quindi, che potesse dar forma a una dimensione segreta, misteriosa e perturbante che l’archivio, come sistema, per sua natura rifugge e allontana da sé. Durante questo periodo di visione e ricerca ho iniziato ad accusare una sorta di affaticamento, in cui l’immagine mi appariva come qualcosa di logoro, di esausto. A questo sentire hanno fatto da sfondo gli avvenimenti che si sono succeduti nei mesi di residenza, dall’attacco alla redazione di Charlie Hebdo  alla circolazione in rete della fotografia di Alan Kurdi, il bambino siriano morto nel tentativo di raggiungere l’Europa. Ogni cosa mi sembrava fare eco a questo incombente senso di stanchezza, di logorìo, di cedimento: le manifestazioni di piazza successive al massacro parigino; lo sdegno dei cittadini milanesi in seguito alle devastazioni del Black Bloc; i festeggiamenti per il riconoscimento del matrimonio gay come diritto costituzionale e i profili arcobaleno sui social network; le proteste contro i centri di accoglienza profughi e gli assurdi provvedimenti adottati da alcuni Stati contro la migrazione dei rifugiati dal Medio Oriente verso l’Europa. FRANTI, FUORI! si stacca da questi pensieri e da questo sentire, per affiorare sulla superficie, quella dei cinque film in mostra e del legno di una statua da giardino esposta per anni nel prato di un negozio di decorazioni per esterni della provincia di Varese.

CR: Mi racconti il processo che hai messo a punto in studio lavorando con la pellicola?

DM: Untitled (Head falling 01, 02, 03, 04, 05) sono brevi animazioni, ognuna dipinta su pellicola 16mm con inchiostro per tessuti e inchiostro permanente, poi grattati con delle punte da incisione. Ogni film è una variazione sul soggetto-testa che cade dal sonno, per poi risvegliarsi di colpo. Per ogni film sono stati girati dei video che ho utilizzato come traccia, dei video come piccole coreografie, ognuna delle quali definiva i cinque movimenti che formano la serie.

Untitled (All pigs must die) è invece un film di montaggio, un film ritmico. Si tratta di un lavoro in cui uno spezzone di Winnie-the-Pooh è montato assieme a una serie di tranci di pellicola rossa di diverse gradazioni, sulla cui banda sonora ottica ho disegnato delle macchie con acrilico nero, in maniera da comporre un ritmo, una cadenza di differenti tonalità sonore.

Per tutti i film ho lavorato in studio, trattando il cinema come una disciplina plastica. Ho costruito un tavolo da lavoro per le fasi di disegno, modificando uno scanner da scrivania per un immediato controllo delle animazioni e dei loro movimenti e ho lavorato sui proiettori per la messa a punto dei loop e per il lavoro sul suono.

La mostra è stata prodotta con un budget ridotto, ad ogni modo non abbastanza per permetterci il noleggio e la manutenzione di 5 proiettori 16mm. Per questo motivo ho lavorato assieme a un anziano signore che per alcuni decenni ha gestito un cinenoleggio per club, scuole, parrocchie e oratori. Ho avuto così modo di confrontarmi in maniera diretta con un aspetto puramente tecnico e meccanico del cinema, che è diventato poi fondamentale per la mostra, sia da un punto di vista estetico che concettuale e politico.

Sono stati tutti processi nuovi per me. Non c’è stata improvvisazione, né mi hanno aiutato studi pregressi, ma un procedere fra intuizioni e tentativi piuttosto concreti e diretti.

CR: Come ti è venuto in mente di ripescare il libro Cuore, al quale fai riferimento nel titolo della mostra?

DM: È uno dei miei libri preferiti. Franti è l’unico personaggio di Cuore per cui nessuno ha una parola di perdono o di comprensione. Per fortuna. Franti è “malvagio”, è il cattivo, è colui che non ha rispetto di niente e di nessuno, che ride di tutto e di tutto si fa gioco. Franti viene cacciato dalla scuola come un cane. È il personaggio che non corrisponde al sistema, il corpo che incarna quanto il sistema respinge. Franti è stato il nome della dimensione negativa che per me la mostra costituisce in relazione all’archivio di Careof. Franti è anche il carattere del lavoro dietro la mostra stessa, che si libera della sicurezza di approcci e processi collaudati a favore della meraviglia e dello stupore propri della sperimentazione, del procedere per intuizioni e tentativi. Franti è una certa arroganza, testarda ed energica. È questo e altro ancora ma, allo stesso tempo, il punto esclamativo del titolo – come una risata del Franti – vanifica quanto è stato detto o si può dire del titolo stesso. Forse allora FRANTI, FUORI! è soltanto ironia, qualcosa che penso manchi all’arte contemporanea che ha la tendenza, mi pare, a prendersi piuttosto sul serio.

CR: Se guardo a ritroso la tua produzione artistica non posso fare a meno di legare a questa mostra il progetto SPOOL, a cui lavori dal 2007, dove hai raccolto video analogici da archivi privati  e li hai ristrutturati in capitoli dedicati al nome o del protagonista delle riprese o della persona che aveva realizzato questi filmati di famiglia. La tua riflessione sull’immagine in movimento danza fra la materialità e visibilità date dallo studio di una situazione specifica, a una spinta che va verso l’astrazione in cui le coordinate di partenza non contano, come per Pour vos beaux yeux, in cui si insegue il corpo mutante e sfuggente delle nuvole con un Super8. 

Nel frattempo ti sei cimentato in  Dick the Stick, un altro progetto che finora si è materializzato sotto forma di  animazione, libro, toppa, vetrofania.  In che modo FRANTI, FUORI! si incrocia a questi progetti?

DM: Pour vos beaux yeux ha chiuso un periodo di lavoro con il video caratterizzato da un approccio documentaristico e da una modalità di produzione messa a punto con i miei primi lavori e poi reiterata in quelli successivi. Allo stesso tempo lo ha aperto a dei processi più manuali e plastici, come il film, lo sviluppo artigianale della pellicola, l’animazione tradizionale o diretta. Ha anche segnato un approccio differente al display, in cui l’aspetto scultoreo del dispositivo e il lavoro sullo spazio sono imprescindibili dai film stessi. È stato l’inizio di un differente indagare i concetti di reale e di realismo, che si è sviluppato per la prima volta attraverso la fiction. Nell’immediato futuro ho intenzione di continuare a lavorare a un’idea di “cinema da studio”.

I caratteri che hanno preso vita in questi lavori più recenti mi rimarranno vicini, soprattutto Dick the Stick. Dick è stato in qualche modo una presenza che mi ha trascinato un po’ fuori da me. Presto diventerà decorazione per una vetrina e per una casa privata, un pattern su tessuto per accessori per bambine, forse un’insegna di negozio – mi piacerebbe poi diventasse piastrelle da bagno, tappezzeria da camera e magari un contenitore per bagnoschiuma. Le teste invece staranno nella loro accidia e continueranno a cadere nel loro imperituro moto di gravità. La gravità è la prima forza avvertita dall’umano, le teste seguono il peso delle cose e quello della vita. Le teste sbattono sui tavoli delle mense, sui banchi di scuola, sulle scrivanie degli uffici, sulle cattedre dei tribunali, sugli altari delle chiese. Per ogni tavolo vi è una testa che sbatte, morendo di sonno.

CR: Stavi lavorando a un programma di cartoons come contraltare alla mostra. Di che cosa si tratta?

DM: Everything falls faster than an anvil è una selezione di film di animazione che avevo curato per ODD, uno spazio no-profit fondato a Bucarest.

A Milano l’evento sarà riarrangiato e riproposto come finissage della mostra. Careof si riempirà di materassini, cuscini, plaid, sacchi a pelo, bevande e dolcetti, e nelle 8 ore di screening – dalla mezzanotte in avanti – si susseguiranno senza sosta cartoons dell’epoca dell’oro degli Studios, animazioni sperimentali, qualche anime, degli episodi da alcune serie animate più recenti, video di artisti e materiale amatoriale recuperato su YouTube.

CR: Cosa vorresti che succedesse ora? Una residenza? Una mostra in galleria? Lasciare l’Italia? Stare in Italia? Insegnare?

DM: Vorrei continuare a lavorare e fare tutto quello a cui fai riferimento nella domanda.

CR: Il comunicato FRANTI, FUORI! si chiude con la frase: “Questa mostra è particolarmente dedicata ai ragazzi delle scuole elementari, i quali sono tra i nove e i tredici anni, e si potrebbe intitolare: Mostra d’un anno, fatta da un alunno di terza d’una scuola municipale d’Italia. Ora guardate questa mostra, ragazzi: io spero che ne sarete contenti e che vi farà del bene.” Mi piace pensare a una morale, in realtà forse una è riduttiva, ma è bello aprirsi a diverse declinazioni o dovremmo fare come Franti: sbattere la porta e andarcene?

DM: Dimmelo tu. Quale è, o quali sono, le morali?

CR: La tua testa che cade è la mia testa che cade, ma è anche quella spinta che, una volta usciti dallo spazio oscurato di Careof e dalla pancia della mostra, ti fa rialzare il mento e ti fa sentire dentro un moto di speranza.

 

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